Proposte didattiche

Onore di donna: un duello di carta del Cinquecento

 

La poetessa veneziana Veronica Franco (1546-1591) sfida a duello l’anonimo che l’ha offesa perché è una “cortigiana onesta”, una meretrice che unisce doti erotiche e artistiche nella società rinascimentale.




A chi la oltraggia in versi appellandola «Veronica, ver unica puttana», risponde per difendere il suo onore.

È una sfida in piena regola: lancio del cartello di sfida, scelta delle armi, duello all’ultimo sangue. Il lessico duellistico è chiamato a raccolta, e la poetessa s'incarna in una delle donne-cavaliere della poema cavalleresco:

 

Non più parole, a i fatti, in campo a l’armi, 

Ch’io voglio, risoluta di morire

Da sì grave molestia liberarmi: 

Non so, se ’1 mio, cartel si debba dire. 

In quanto do risposta provocata: 

Ma perché in rissa de’ nomi venire? 

Se vuoi, da te mi chiamo disfidata, 

E, se non, ti disfido; o in ogni via 

La prendo, e ogni occasion m’è grata : 

Il campo, o l’armi elegger a te stia, 

Ch’io prenderò quel, che tu lascierai; 

Anzi pur ambo nel tuo arbitrio sia 

Tosto son certo, che t’accorgerai 

Quanto ingrato, et di fede mancatore 

Fosti; e quanto tradito a torto m’hai.

 (Terze rime, XVI, vv. 1-15)



Questioni di morale: il cristiano Manzoni e l’“antico” Leopardi

Vero laboratorio in cui il male della Storia si concentra a alta densità, il Seicento offre all'autore dei Promessi sposi anche la possibilità di prendere posizione nel dibattito ottocentesco sul duello e di schierarsi dalla parte di chi lo condanna per ragioni morali. Come Alessandro Manzoni, altri scrittori cattolici prenderanno analoga posizione, da Niccolò Tommaseo a Cesare Cantù.

Pochi anni prima, il conte Giacomo Leopardi aveva affrontato il tema del duello riflettendo sulla distanza tra "antichi" e "moderni". Quello dei moderni, sostiene Leopardi nello Zibaldone (2420-2425, 6 maggio 1822), è un senso dell’onore individualistico, rivolto cioè a mantenere una distinzione sociale, o addirittura a affermare il ruolo di un individuo sopra un altro in società, con l’esito nefasto di mettere gli uomini contro l’un l’altro, ferirsi e uccidersi anche per futili ragioni.


Il duello degli antichi e il duello dei moderni: la posizione del conte Leopardi

Aristocratico nato nella periferia dello Stato della Chiesa da un padre nostalgico dell’Ancien Régime, Giacomo Leopardi cresce nel culto degli antichi duellanti di cui leggeva nella letteratura classica.

In una scena del recente film biografico Il giovane favoloso (2014), il regista di Mario Martore rappresenta un gioco con spade di legno tra Giacomo e i fratelli minori nel giardino di casa, secondo la memoria di Carlo Leopardi: «Nei giuochi e nelle finte battaglie romane, che noi fratelli facevamo nel giardino, egli si metteva sempre per primo. Ricordo ancora i pugni sonori che mi dava» (Documenti, in Appendice all’Epistolario e agli scritti giovanili di Giacomo Leopardi per compimento delle edizioni fiorentine, per cura di Prospero Viani, Firenze, Barbèra, 1878, p. xxxiii).




Ma Leopardi rintraccia nel duello contemporaneo uno scadimento di quello nobile e eroico degli antichi, per il venir meno delle grandi illusioni in epoca moderna. Nelle pagine del suo Zibaldone di Pensieri (2420-2425, 6 maggio 1822), riflette sull’importanza delle «illusioni» per vivere meglio: indica come «utilissima» l’illusione del «punto d’onore», che spinge gli individui a ben fare per essere apprezzati dagli altri, sia da vivi che dopo la morte, per ottenere la «gloria». Constata però che l’onore degli antichi era diretto al bene della collettività: esponeva al sacrificio di sé per la comunità in cui si viveva, come accadeva per esempio nel sacrificio dei giovani spartani nella battaglia delle Termopili (480 c. C.), o nel celebre episodio di storia romana degli Orazi e dei Curiazi, che si scontrarono per metter fine alla guerra tra Roma e Alba. Quello dei moderni, sostiene Leopardi, è un senso dell’onore individualistico, rivolto cioè a mantenere una distinzione sociale, o addirittura a affermare il ruolo di un individuo sopra un altro in società, con l’esito nefasto di mettere gli uomini contro l’un l’altro, ferirsi e uccidersi anche per futili ragioni.



Manzoni: la condanna della violenza

Da un’ottica cristiana, nei Promessi sposi (1827, 1840) Alessandro Manzoni rappresenta i molteplici volti della violenza e dell’ingiustizia umane, anche attraverso il racconto della pratica duellistica. Vero laboratorio in cui il male della Storia si concentra a alta densità, il Seicento offre allo scrittore anche la possibilità di prendere posizione nel dibattito ottocentesco sul duello e di schierarsi dalla parte di chi lo condanna per ragioni morali.

La violenza inaudita e insensata di uno scontro duellistico è messa in scena nel capitolo IV, nel lungo flashback che narra la vita di padre Cristoforo prima della conversione, un tempo giovane e ricco borghese di nome Lodovico. È proprio una tragica sfida d’onore a provocare in lui una radicale crisi interiore: l’onesto ma violento Lodovico duella con un tronfio aristocratico, perché non disposto a cedergli il passo per strada. L’arrogante nobile ritiene invece che gli spetti la precedenza, in quanto di rango socialmente superiore al borghese Ludovico, che pur tiene il lato destro.


    «“Nel mezzo, vile meccanico; o ch’io t’insegno una volta come si tratta co’ gentiluomini.”

“Voi mentite ch’io sia vile.”

“Tu menti ch’io abbia mentito.” Questa risposta era di prammatica. “E, se tu fossi cavaliere, come son io,” aggiunse quel signore, “ti vorrei far vedere, con la spada e con la cappa, che il mentitore sei tu.”

“E un buon pretesto per dispensarvi di sostener co’ fatti l’insolenza delle vostre parole.”» (I promessi sposi, capitolo IV).



La sfida a duello si straforma in rissa e vittima innocente del «puntiglio» è il servitore di Ludovico, l’affezionato Cristoforo.

 «Così s’avventarono l’uno all’altro; i servitori delle due parti si slanciarono alla difesa de’ loro padroni. Il combattimento era disuguale, e per il numero, e anche perché Lodovico mirava piuttosto a scansare i colpi, e a disarmare il nemico, che ad ucciderlo; ma questo voleva la morte di lui, a ogni costo. Lodovico aveva già ricevuta al braccio sinistro una pugnalata d’un bravo, e una sgraffiatura leggiera in una guancia, e il nemico principale gli piombava addosso per finirlo; quando Cristoforo, vedendo il suo padrone nell’estremo pericolo, andò col pugnale addosso al signore. Questo, rivolta tutta la sua ira contro di lui, lo passò con la spada» (I promessi sposi, capitolo IV).




Manzoni: il vuoto formalismo delle leggi

Dalla pratica alla teoria: di duello si discute alla tavola di don Rodrigo, alla fine del capitolo V. I commensali richiamano i trattati di cavalleria, come quello particolarmente celebre di Bernardo Tasso, padre dell’autore della Gerusalemme liberata. Nella loro conversazione, Manzoni ridicolizza il formalismo vuoto della cultura secentesca e ne evidenzia il nesso con un potere politico ingiusto, incarnato dagli ospiti di don Rodrigo, potenti corrotti, intriganti, bugiardi e violenti che discettano nelle regole della cavalleria: i valori degli antichi cavalieri medievali, difensori dei deboli e dei giusti, sono svuotati di senso.


«Che hanno a far con noi gli ufiziali degli antichi Romani? gente che andava alla buona, e che, in queste cose, era indietro, indietro. Ma, secondo le leggi della cavalleria moderna, ch’è la vera, dico e sostengo che un messo il quale ardisce di porre in mano a un cavaliere una sfida, senza avergliene chiesta licenza, è un temerario, violabile violabilissimo, bastonabile bastonabilissimo... » (I promessi sposi, capitolo V)




«“ il mio debole parere sarebbe che non vi fossero né sfide, né portatori, né bastonate.”», è la risposta che l’autore mette in bocca a fra Cristoforo, interpellato in materia cavalleresca.


La condanna cristiana della violenza del duello sarà un tema ricorrente negli scrittori cattolici dell’Ottocento, da Cesare Cantù, a Niccolò Tommaseo, sensibili alla contraddizione tra la legge morale e le regole sociali.

«L’ammazzare, insegna la legge di natura e di Dio, è sempre delitto: l’ammazzare in duello, insegna il mondo, è non solo lecito, ma lodato» (Cesare Cantù, La Madonna dell’Imbevera, Milano, Garuffi, 1835).