Antologie

Un duello di carta del Cinquecento: onore di donna

Da [Veronica Franco], Terze rime, Venezia, 1575, XVI, vv. 1-15.


Non più parole, a i fatti, in campo a l’armi, 

Ch’io voglio, risoluta di morire

Da sì grave molestia liberarmi: 

Non so, se ’1 mio, cartel si debba dire. 

In quanto do risposta provocata: 

Ma perché in rissa de’ nomi venire? 

Se vuoi, da te mi chiamo disfidata, 

E, se non, ti disfido; o in ogni via 

La prendo, e ogni occasion m’è grata : 

Il campo, o l’armi elegger a te stia, 

Ch’io prenderò quel, che tu lascierai; 

Anzi pur ambo nel tuo arbitrio sia 

Tosto son certo, che t’accorgerai 

Quanto ingrato, et di fede mancatore 

Fosti; e quanto tradito a torto m’hai.




Questioni di morale: testi di Giacomo Leopardi, Alessandro Manzoni, del letterato pisano Giovanni Rosini e dello scrittore lombardo Cesare Cantù


Da Giacomo Leopardi, Zibaldone di Pensieri, 1842-1843, 5 ottobre 1821

(Dall’edizione: Giacomo Leopardi, Zibaldone, con premessa di Emanuele Trevi, indici filologici a cura di Marco Dondero, indice tematico e analitico a cura di Marco Dondero e Wanda Marra, ivi, 1997)

Oggi la gara di onore è più fra coloro che compongono una stessa armata che fra le armate nemiche; anticamente per lo contrario: oggi per la conseguenza il soldato invidia e quindi odia il suo compagno più che il nemico; anticamente per lo contrario: oggi egli si duol più di un vantaggio riportato da un suo emulo sopra il nemico, che de’ vantaggi del nemico; anticamente per lo contrario: oggi insomma anche nelle armate dove regna quella utilissima e grande illusione che si chiama punto di onore, tutto è egoismo individuale: anticamente tutto era egoismo nazionale. Signori filosofi, giacché non si può fare a meno dell’uno e dell’altro, quale vi sembra il migliore? Anticamente erano emule le nazioni, oggi gli individui, e più quelli di una stessa che di diverse nazioni; e così quando anche si cerca la gloria, cosa ben rara, e quando ella si cerca operando per la nazione e contro i di lei nemici, ella non è cercata e non ha per fine che l’individuo in luogo della nazione a cui esso appartiene.

 

Il punto d’onore (come dicono gli spagnuoli) fu conosciuto egualmente dagli antichi e dai moderni, e quasi da tutte le società, benché poco o niente civili, in qualunque tempo, come da’ Messicani, anche da’ selvaggi. Ed è naturale all’uomo posto in relazione cogli uomini. Tuttavia in questo punto gli antichi differiscono dai moderni, e i selvaggi dai civili, infinitamente, e l’utilità del punto che fra gli antichi e i selvaggi era somma, fra i moderni e civili è nulla o quasi nulla, o anche il contrario dell’utilità. Le ragioni eccole.

Il punto d’onore è una delle tante illusioni dell’uomo sociale, ed è tutto risposto nell’opinione. Or questa opinione (giacché nella sostanza e verità delle cose esso non è nulla) può esser più o meno utile ed esser utile o disutile secondo primieramente in quali cose ella ripone il punto d’onore (e questo è già chiaro), poi secondo il genere intrinseco di quest’onore per sé, e la sua maggiore o minor grandezza, e la sua diversa qualità, e il suo peso specifico, indipendentemente dagli oggetti sui quali si esercita, o da’ quali deriva.

Paragoniamo ora gli antichi ai moderni, e in questo paragone saranno inclusi anche i selvaggi e i civili, mettendo quelli per gli antichi, e i civili in luogo de’ moderni. Per punto di onore quei due parenti o amici di Leonida (vedi meglio la storia) alle Termopile, ricusano l’ambasciata che questi proponeva loro di fare, e dicendo ch’erano quivi per combattere, e non per portar lettere, restarono, e morirono coi loro compagni in difesa della patria, essendo già certi di non poter scampar la morte, quando fossero rimasti. Per punto d’onore quel giovane offeso pubblicamente da un altro, lo sforza a combattere colla spada, e mette a rischio la propria vita, e quella eziandio d’un amico intrinseco e carissimo, che inavvertitamente, o per un eccesso di passione l’abbia ingiuriato.

Qui sono da considerar tre cose. 1. La forza del punto d’onore, e la necessità ch’egli impone. Questa è uguale in tutti e due i casi: perché nell’uno e nell’altro l’infamia (secondo l’opinione ch’è il solo fondamento del punto d’onore) sarebbe stata la pena di quei due greci, e di questo giovane, se avessero contravvenuto alle leggi del punto d’onore. Sicché questa forza (notate bene) non è niente scemata da’ tempi antichissimi in qua, se non forse nell’estensione, cioè in quanto ella opera in minor numero di persone. Ma in quelli in cui opera ell’è dello stesso valore.

2. L’utilità del punto d’onore ne’ due casi. Questo è chiaro che nel primo caso è somma, nel secondo è nulla, anzi in luogo suo v’ha una grandissima disutilità, e danno.

3. La grandezza e la qualità di quest’onore, ossia la natura di quell’idea che l’uomo se ne forma. Questa si può vedere considerando che il premio di quei due greci per aver osservato le leggi del punto d’onore, furono il rispetto e l’invidia portata dai loro concittadini ai loro parenti; la sepoltura pubblica; gli onori piuttosto festivi che funebri renduti alla loro memoria; gl’inni e i cantici de’ poeti e dei musici per tutta la Grecia, e quindi per sempre nelle altre nazioni civili; la ricordanza eterna delle storie patrie e forestiere; l’immortalità in somma, non solo presso i greci, ma presso tutti gli altri popoli colti, fino a oggidì. Il premio di quel giovane duellatore è la stima di pochi giovinastri suoi pari, d’una società di caffè, o per dir molto, degli scioperati d’una provincia, e bene spesso la carcere, o l’esilio volontario, la confisca dei beni ec.

In somma, considerando attentamente, si vede che l’onore antico, anche in quanto era oggetto del punto d’onore, non si differenziava dalla gloria, e da una gloria riconosciuta da tutti per tale; laddove il moderno in molti casi, e spesso molta, e (per lo più) la miglior parte della società, non si differenzia dall’infamia. Questa è la più notabile ed importante diversità che passa fra l’onore antico e il moderno, che quello era gloria, e questo, per dir poco, è nulla.

La qual differenza si può vedere anche e nelle cose, dove il punto d’onore moderno sarebbe utile, non altrimenti che l’antico. Che gloria, che immortalità si guadagna, che entusiasmo commove un uffiziale che per punto d’onore, tien fermo in un posto pericolosissimo, o vi resta morto? Si può veramente dire che l'onor moderno è tutto opinione, e più opinione di quel che lo fosse l’antico. Giacché l’onor moderno sebbene riconosciuto da molti, sta tutto nell’opinione individuale di ciascuno per sé, e dopo ch’egli n’ha osservato le leggi, anche con suo sommo sacrificio, nessuno onore gliene viene, neanche dall'opinione degli altri, che lo dispensa. Come quegli atti segreti di virtù, quelle buone opere di pensiero, che in questo mondo non son premiate se non dalla propria coscienza. Tutto l’opposto succedeva fra gli antichi.

Era punto d’onore nelle truppe spartane il ritornare ciascuno col proprio scudo. Circostanza materiale, ma utilissima e moralissima nell’applicazione, non potendosi conservare il loro scudo amplissimo (tanto che vi capiva la persona distesa), senza il coraggio di far testa, e di non darsi mai alla fuga, che un tale scudo avrebbe impedita.


Da I promessi sposi. Storia milanese scoperta e rifatta da Alessandro Manzoni. Edizione riveduta dall’autore. Storia della colonna infame inedita, Milano, Gugliemini e Redaelli, 1840 (18271), pp. 70-72.

 

Andava un giorno per una strada della sua città, seguito da due bravi, e accompagnato da un tal Cristoforo, altre volte giovine di bottega e, dopo chiusa questa, diventato maestro di casa. Era un uomo di circa cinquant’anni, affezionato, dalla gioventù, a Lodovico, che aveva veduto nascere, e che, tra salario e regali, gli dava non solo da vivere, ma di che mantenere e tirar su una numerosa famiglia. Vide Lodovico spuntar da lontano un signor tale, arrogante e soverchiatore di professione, col quale non aveva mai parlato in vita sua, ma che gli era cordiale nemico, e al quale rendeva, pur di cuore, il contraccambio: giacché è uno de’ vantaggi di questo mondo, quello di poter odiare ed esser odiati, senza conoscersi. Costui, seguito da quattro bravi, s’avanzava diritto, con passo superbo, con la testa alta, con la bocca composta all’alterigia e allo sprezzo. Tutt’e due camminavan rasente al muro; ma Lodovico (notate bene) lo strisciava col lato destro; e ciò, secondo una consuetudine, gli dava il diritto (dove mai si va a ficcare il diritto!) di non istaccarsi dal detto muro, per dar passo a chi si fosse; cosa della quale allora si faceva gran caso. L’altro pretendeva, all’opposto, che quel diritto competesse a lui, come a nobile, e che a Lodovico toccasse d’andar nel mezzo; e ciò in forza d’un’altra consuetudine. Perocché, in questo, come accade in molti altri affari, erano in vigore due consuetudini contrarie, senza che fosse deciso qual delle due fosse la buona; il che dava opportunità di fare una guerra, ogni volta che una testa dura s’abbattesse in un’altra della stessa tempra. Que’ due si venivano incontro, ristretti alla muraglia, come due figure di basso rilievo ambulanti. Quando si trovarono a viso a viso, il signor tale, squadrando Lodovico, a capo alto, col cipiglio imperioso, gli disse, in un tono corrispondente di voce: “fate luogo.”

“Fate luogo voi,” rispose Lodovico. “La diritta è mia.”

“Co’ vostri pari, è sempre mia.”

“Sì, se l’arroganza de’ vostri pari fosse legge per i pari miei.” I bravi dell’uno e dell’altro eran rimasti fermi, ciascuno dietro il suo padrone, guardandosi in cagnesco, con le mani alle daghe, preparati alla battaglia. La gente che arrivava di qua e di là, si teneva in distanza, a osservare il fatto; e la presenza di quegli spettatori animava sempre più il puntiglio de’ contendenti.

“Nel mezzo, vile meccanico; o ch’io t’insegno una volta come si tratta co’ gentiluomini.”

“Voi mentite ch’io sia vile.”

“Tu menti ch’io abbia mentito.” Questa risposta era di prammatica. “E, se tu fossi cavaliere, come son io,” aggiunse quel signore, “ti vorrei far vedere, con la spada e con la cappa, che il mentitore sei tu.”

“E un buon pretesto per dispensarvi di sostener co’ fatti l’insolenza delle vostre parole.”

“Gettate nel fango questo ribaldo,” disse il gentiluomo, voltandosi a’ suoi.

“Vediamo!” disse Lodovico, dando subitamente un passo indietro, e mettendo mano alla spada.

“Temerario!” gridò l’altro, sfoderando la sua: “io spezzerò questa, quando sarà macchiata del tuo vil sangue.”

Così s’avventarono l’uno all’altro; i servitori delle due parti si slanciarono alla difesa de’ loro padroni. Il combattimento era disuguale, e per il numero, e anche perché Lodovico mirava piuttosto a scansare i colpi, e a disarmare il nemico, che ad ucciderlo; ma questo voleva la morte di lui, a ogni costo. Lodovico aveva già ricevuta al braccio sinistro una pugnalata d’un bravo, e una sgraffiatura leggiera in una guancia, e il nemico principale gli piombava addosso per finirlo; quando Cristoforo, vedendo il suo padrone nell’estremo pericolo, andò col pugnale addosso al signore. Questo, rivolta tutta la sua ira contro di lui, lo passò con la spada. A quella vista, Lodovico, come fuor di sè, cacciò la sua nel ventre del feritore, il quale cadde moribondo, quasi a un punto col povero Cristoforo. I bravi del gentiluomo, visto ch’era finita, si diedero alla fuga, malconci: quelli di Lodovico, tartassati e sfregiati anche loro, non essendovi più a chi dare, e non volendo trovarsi impicciati nella gente, che già accorreva, scantonarono dall’altra parte: e Lodovico si trovò solo, con que’ due funesti compagni ai piedi, in mezzo a una folla.


 

Da Le conseguenze impreviste d’un duello: commedia di Giovanni Rosini, Pisa, Capurro, 1832, pp. 10-11.

 

Ernesto. […] veggo a traverso gli alberi due Cavalieri, che già, posto mano alla spada, cominciavano a battersi. Credei mio dovere d’andare immantinente a dividerli. […] Do dunque il galoppo al cavallo… […] E comincio a gridare, e ad agitare il fazzoletto, perché sospendessero il combattimento; ma tutto fu inutile. Quando giunsi, uno aveva già ricevuto a traverso il corpo la spada dell’altro.

Frontino. Che dite?

Ernesto. Balzo da cavallo non ostante: e mi reco in atto di porgergli soccorso; ma l’uccisore (che parvemi un cavaliere di grata fisonomia) vedendo venire nell’istante medesimo a spron battuto sei sergenti, ebbe appena il tempo di dirmi “Ve lo raccomando”: gettò il fodero della spada, saltò sul mio cavallo, e si diede precipitosamente alla fuga.

Frontino. Sul vostro cavallo?

Ernesto. Sul mio.

Frontino. (il padrone lo può aspettare)

Ernesto. Accorso dove quel misero notava sul proprio sangue, me ne imbrattai le mani e le vesti. Cercava di rialzarlo, e di farlo risquotere, ma inutilmente… ché la gravità della ferita l’avea posto fuori di sé.

Frontino. E aspettaste i sergenti?

Ernesto. Poteva io abbandonarlo in quello stato? Quando essi giunsero, stava presso di lui. Il moribondo non poté pronunziar parola, né far cenni; ma spirò dopo pochi istanti, lasciando me in sospetto d’esserne stato l’uccisore.




Da La Madonna d’Imbevera. Racconto di Cesare Cantù, Milano, Garuffi, 1835, pp. 96-98, 146-148.

 

«[…] E finché io saprò tenere » un’arma in mano, non permetterò mai che, dove io sono, si commettano soperchierie.» – Soperchierie ?» esclamò l’altro, nel colmo della furia. «Anzi, soperchieria fai tu, arrogante fanciullo a pretendere ch’io ti renda ragione del mio operare. Tu hai smentite le mie parole come fossero quelle d’un villano: ti ricambio la mentita, e ti chiamo codardo e sleale, e te lo sostengo con l’armi. Mettiti in difesa, che mi sento cuore di farti provare come ferisca questa punta, che se da un pezzo ha sete del tuo sangue. - Che il disegno dell’Isacchi fosse tutt’altro che di suscitare un alterco, abbastanza appare dalle precedenti disposizioni. Ma queste gli rimanevano scompigliate sì dal trovarsi lontano dal posto dell’agguato, sì dall'avere intorno troppa gente per celare il fatto quanto fosse d’uopo alla sicurezza. L’ammazzare, insegna la legge di natura e di Dio, è sempre delitto: l’ammazzare in duello, insegna il mondo, è non solo lecito, ma lodato. Don Alfonso adunque, vistosi il caso di riuscir al suo intento con un duello, spinse la provocazione sino al punto di farlo nascere, sì perché sitibondo più che mai di sangue in quell'impeto, sì perché disprezzava un giovane non ancora avvezzo ad affrontar la morte, e i cui riguardi stessi interpretava per vigliaccheria. Anche a Don Alessandro parve che gli tornerebbe ormai a biasimo il ricusarsi: più lo determinò l’ultima frase, ove suonava una di quelle verità, che suo malgrado sfuggono all’uomo nella foga della passione. Onde balzar di cavallo, impugnare uno stilo appiccato all’arcione, e mettersi in parata fu un lampo. Altrettanto avea fatto il nemico: ma quel furore non gl’impedì, che nel brandire il pugnale, ne accostasse alla bocca il pomo, imprimendovi colle labbra convulse un bacio sul nome di Maria, che v’era nel lato: indi si venne ai fatti. Al primo vederli così inaspettata mente alle contese, le donne si misero fra loro procurando calmarli: ma vista ogni opera vana, corsero entrambe alla cappelletta, e quivi gettatesi ginocchioni, recitavano preghiere. L’occhio però che alzavano supplichevole a quella che andavano chiamando Cara Madonna, volgevasi ogni tratto per fermarsi sui due pugnali, terribile arma, che di sopra il capo de due combat tenti, sfavillavano d’un lampo mortale. In entrambe le donne un solo era il voto, ma mentre la villana restava quasi fuor di sé ad uno spettacolo tanto insolito, sul volto di Donna Emilia, insieme coll’angustia, poteva notarsi una certa compiacenza […].

Erano allora moltissimi in Milano i gentiluomini, che avendo, per le politiche vicende, perduta l’occasione d’uccidere i nemici della nazione, esercitavano i rimasugli del valore italiano con quelle vendette, che la religione proibisce e l’onore comanda, mettendosi al caso d'accoppare o di farsi accoppare secondo le ragioni di un’arte, la quale, o m’inganno, non è la migliore, che gl’Italiani insegnassero agli stranieri. Costoro adunque contentissimi di trovare un caso, sul quale sfoggiare le teoriche loro, si divertirono di vestir il fatto del bosco d’Imbevera colle circostanze che meglio tornarono al proposito per farlo credere un vero e formale duello, contando per filo e per segno tutti i mandritti, i riversi, le parate e via via come fossero stati presenti, accordandosi poi tutti, e l'esito lo facea chiarissimo, a renderne onore a Don Alessandro. Il quale per tal guisa andò, così giovane, colmo di gloria, giacché è gloria, come s’è avvisato di sopra, l’ammazzare uno secondo le forme. E Cesare Trombone, quel famoso maestro d’armi che ognun sa, gli predisse che diverrebbe uno dei più famosi spadaccini. Ma come altre profezie di benevoli e di malevoli, così questa non tolse che il Sirtori conservasse cuor sincero e benevolo, rettitudine di anima, ingenuità di carattere. Quando si vide che non riusciva se non un galantuomo, malgrado di quella prima impresa, rientrò nell’oscurità e più non andò per le bocche degli uomini.